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Il ruolo della Chiesa cattolica nella transizione democratica

Congo, fra testimonianza e potere

La netta opposizione al regime di Mobutu aveva dato credibilità ai cattolici congolesi. Ma con l'avvento di Kabila tutto si è complicato. Fino alle laceranti divisioni al momento della verità, le elezioni del 2006.

 

“Avevamo un compito enorme: rileggere tutto il periodo della dittatura di Mobutu, per determinare responsabilità individuali e collettive; quindi elaborare una nuova costituzione, stabilire nuove istituzioni e finalmente organizzare le elezioni”. Monsignor Monsengwo difende puntigliosamente il lavoro svolto dalla Conferenza nazionale da lui presieduta, negli anni della fine del regime del paese che si chiamava ancora Zaire (1991-1996). Dalle ceneri dello Zaire è nata la Repubblica democratica del Congo, che ora ha finalmente un presidente eletto dal popolo, un governo legittimo, istituzioni che cominciano a funzionare e la dovuta attenzione internazionale (la missione delle Nazioni Unite per il Congo – MONUC- è la più grande del mondo).

Ma per arrivare alle prime vere elezioni democratiche ci sono voluti dieci anni ed un percorso allucinante di violenze, degenerato in una guerra di tutti contro tutti che ha causato oltre tre milioni di morti.

Forse le cose sarebbero andate diversamente se la caduta di Mobutu fosse avvenuta attraverso il voto dei congolesi. Ma la storia non si fa con i se, e la Chiesa cattolica congolese, che era in prima fila al momento della transizione (infinita) dalla dittatura alla democrazia, oggi vede appannata la credibilità guadagnata nei lunghi anni di opposizione al regime mobutista. Nelle parole del vescovo che presiede la Conferenza episcopale congolese c'è una sorta di rimozione di quegli anni, o meglio una lettura unilaterale del recente passato.

Per Monsengwo la cosiddetta “ribellione” di Kabila padre che cacciò Mobutu con la forza nel 1997, dopo una spettacolare avanzata militare dalle regioni dell'est fino alla capitale Kinshasa, “non è un fatto congolese”. Nella versione del vescovo di Kisangani, nel 1996 tutto era pronto per le prime elezioni libere dall'inizio della dittatura di Mobutu (1965). Se ciò non è avvenuto, è per l'intervento di “potenze straniere” che hanno “esportato la guerra in Congo”. Il riferimento esplicito è a Uganda e Ruanda, che agivano dietro Kabila, e quello implicito è agli Stati Uniti, grandi sponsor dei presidenti di ferro (leggi dittatori) di Uganda e Ruanda, Museveni e Kagame.

I giudizi di monsignor Monsengwo pesano più di quelli di ogni altro rappresentante ecclesiastico, e sembrano confermare la storica vocazione della Chiesa cattolica congolese a svolgere il ruolo di coscienza critica del paese, una sorta di opposizione permanente all'establishment. Prima si contestava Mobutu, poi Kabila padre, ora è il turno di Kabila figlio. Ma la faccenda in realtà è assi più complicata, proprio a partire dalla transizione fallita alla democrazia degli anni Novanta. Un fallimento che non può essere attribuito solo alla volontà di dominio delle “potenze straniere”, anche se l'appello di Monsengwo (“lasciate che il Congo prenda in mano la propria storia”) è assolutamente giustificato.

Il rapporto con l'Europa (o se si preferisce, con l'Occidente) è sempre stato tormentato. La Chiesa cattolica ha rappresentato in Congo per moltissimo tempo il volto buono del colonialismo belga. Nel libro-capolavoro di Ahmadou Kourouma, “Aspettando il voto delle bestie selvagge”, parlando del “Paese del Grande Fiume”, si ironizza sulla missione civilizzatrice dei missionari europei: “…I missionari si fissarono un termine, un secolo e mezzo, per fare degli indigeni degli uomini come si deve; individui che smettessero di essere indolenti, di essere inclini al sesso, che smettessero di rubare, che diventassero cattolici devoti”. Al di là del sarcasmo del defunto scrittore ivoriano, c'è voluto un lungo cammino perché la Chiesa cattolica in Congo fosse davvero la comunità dei cattolici congolesi. Un cammino che è incarnato nella biografia del primo cardinale congolese, Joseph Albert Malula.

Malula nasce a Kinshasa (che all'epoca si chiamava Léopoldville) nel dicembre del 1917. Il Belgio stava estendendo il suo dominio al Ruanda e al Burundi, per lasciare un pessimo imprinting dovunque. Il giovane sacerdote Malula, che sarà il primo parroco nero della capitale, non ama l'atteggiamento paternalistico dei prelati belgi. L'africanizzazione della Chiesa cattolica congolese, a partire dai riti e dalla liturgia, sarà la stella polare di tutta la sua lunga attività pastorale. I tempi della carriera di Malula sono quelli giusti: diventa vescovo poco prima dell'indipendenza (1960), e arcivescovo in pieno Concilio Vaticano II, nel 1964, sotto il pontificato di Paolo VI, che lo nominerà cardinale cinque anni più tardi. E' un periodo di grande apertura per la Chiesa cattolica, che per la prima volta nella sua storia millenaria ha un respiro davvero planetario, una visione mondiale, con i contributi delle realtà del cosiddetto Terzo Mondo: il processo di “inculturazione” favorisce la penetrazione cattolica nella società civile africana, e il Congo costituisce un ottimo esempio.

Quando, nel 1971, Mobutu lancia la sua campagna per l' “autenticità”, cambiando il nome del paese in Zaire, e abbandonando il nome di battesimo, lui che aveva studiato dai preti, per quello di Sese Seko, il cardinale Malula è certamente nella condizione di tenergli testa e far apparire la politica dell'autenticità per quello che è: la carnevalata permanente di un autocrate in grave crisi di legittimità. Mobutu vuole semplicemente rafforzare il controllo sulle masse giovanili e far dimenticare di essere stato il burattino nelle mani della CIA che aveva consegnato, tradendolo, il leader Patrice Lumumba ai mercenari belgi dieci anni prima, affossando le speranze di un'intera nazione.

Lo scontro con la Chiesa cattolica si fa sempre più duro. Il cardinale Malula è perfino costretto all'esilio. Più il regime di Mobutu affonda nella corruzione, più la Chiesa cattolica rappresenta la coscienza critica nazionale. La visita di Giovanni Paolo II nel 1980 sembra ricucire lo strappo fra Mobutu e Malula, fra Stato e Chiesa, mentre in Congo si va affermando una vera forza politica di opposizione , l'UPDS di Etienne Tshisekedi, che sarà protagonista di tutta la fase di transizione.

Nel paese comincia a declinare la stella del cardinale Malula, che avrebbe voluto estendere il sacerdozio agli uomini sposati e inserire i capi tradizionali nella catechesi, mentre sale quella di Laurent Monsengwo Pasinya, classe 1939, che viene da un angolo remoto del Congo.

Nel 1988 Monsengwo è nominato arcivescovo di Kisangani. E' uomo di cultura e di sicuro carisma, e insieme agli altri vescovi congolesi denuncia con coraggio gli abusi del potere costituito. Il regime di Mobutu ha imboccato il viale del tramonto: la fine della guerra fredda (1989-1991) lo lascia senza gli antichi sponsor internazionali (Parigi, Washington e Bruxelles): ora “l'uomo dal totem leopardo” deve misurarsi con il multipartitismo, diventato rapidamente un “must” per tutto il continente.

Il cardinale Malula non vedrà però la fine del regime mobutista: muore in Belgio nel 1989. In Congo comunque è arrivato il momento di mons. Monsengwo, che nel 1991 viene chiamato a dirigere i lavori della Conferenza nazionale. L'impresa era indubbiamente difficile, data l'astuzia di Mobutu e il livello non eccelso delle classi dirigenti zairesi. Ma tanto mons.Monsengwo quanto l'eterno oppositore Tshisekedi si lasciano in qualche modo irretire dal gioco di Mobutu, che non ha nessuna intenzione di sottoporsi al giudizio popolare e meno che mai di farsi processare per i crimini del passato (a cominciare dall'incredibile appropriazione di una parte enorme delle ricchezze prodotte dal paese). I cinque anni di questo processo istituzionale, che si andava facendo ogni giorno più surreale, hanno lasciato un'eredità pesante alla politica congolese, che purtroppo riguarda anche la Chiesa cattolica: la tentazione della mediazione permanente, una politica fatta solo nei palazzi del potere, non in mezzo alla gente.

Non è un caso che ci siano voluti altri tre anni dalla fine della “prima guerra mondiale africana” (e uno sforzo finanziario enorme da parte della comunità internazionale) per arrivare alle fatidiche elezioni del luglio scorso. E' chiaro che le condizioni generali del Congo erano disastrose, dopo tanti anni di conflitto, anarchia totale, povertà endemica. Ma i congolesi volevano assolutamente esprimersi con il voto, e i fatti hanno dimostrato che avevano ragione loro. L'atteggiamento della Chiesa cattolica invece è stato ambiguo: solo a pochi giorni dalle elezioni la Conferenza episcopale ha invitato i cittadini a partecipare al voto, quando tutte le altre confessioni religiose si erano già espresse con convinzione in un appello congiunto ai congolesi.(ma anche i vescovi delle regioni dell'est si erano schierati apertamente a favore del voto).

La conversione dell'ultima ora appare dettata da puro realismo: il tentativo di boicottaggio portato avanti dallo storico leader Etienne Tshisekedi, alleato di mons.Monsengwo ai tempi della Conferenza nazionale, equivale al suo suicidio politico: lui e il suo partito, che si sono autoesclusi, sono stati tranquillamente ignorati dalla gente, e oggi appaiono definitivamente fuori gioco, completamente screditati..

Sulla partecipazione al voto, la Chiesa congolese vive un conflitto lacerante, che si identifica nelle figure opposte del cardinale Etsou e dell'abbé Malumalu, con Monsengwo a fare da mediatore. Fréderic Etsou, già arcivescovo di Kinshasa, è l'uomo che ha sostituito il defunto cardinale Malula nel 1991. Nato nel 1930 nella provincia dell'Equatore, la stessa da cui proviene lo sfidante di Kabila al ballottaggio, Jean Pierre Bemba, è da anni ammalato di diabete e ormai passa più tempo nelle cliniche di Bruxelles che in Congo. Apollinaire Malumalu è un sacerdote di 45 anni, vice rettore dell'università di Butembu, nel Nord Kivu, una delle regioni dell'est devastate dalla guerra. Per la sua lunga attività nel campo dei diritti umani viene chiamato a presiedere la Commissione elettorale indipendente, un ruolo delicatissimo che Malumalu svolgerà egregiamente. Il cardinale Etsou gli si oppone esplicitamente, tanto da chiedere che la Chiesa cattolica impedisca a ogni suo membro di assumere responsabilità istituzionali.

Già da tempo ogni esternazione del cardinale provoca furiose polemiche (qualcuno arriva a dubitare che sia in pieno possesso delle sue facoltà mentali). In realtà, le continue critiche al processo elettorale e alla comunità internazionale appaiono volte a delegittimare Joseph Kabila, che viene dato per sicuro vincente, soprattutto dopo il primo turno che lo vede largamente in testa sul rivale Bemba.

Kabila non è mai stato accettato dagli abitanti di Kinshasa, la capitale, la sede del potere istituzionale. Il padre Laurent Désirè arrivò come un invasore, mettendo fine al gioco delle finte riforme, alla transizione infinita portata avanti da una classe dirigente gattopardesca. Kinshasa non ha vissuto per niente gli orrori della guerra: per molti, i conflitti erano “roba dell'est”, e Kabila non era nemmeno un vero congolese. Tutta la campagna elettorale di Bemba, figlio di un ricco imprenditore legato a Mobutu, era impostata sul fatto che Kabila figlio non aveva genitori congolesi, era uno straniero, un usurpatore manovrato dalla comunità internazionale. La carta “nazionalista” usata da Bemba era un paradosso indecente, visto che Bemba era stato apertamente sostenuto dagli ugandesi ed era stato accusato di crimini di guerra (attualmente è sotto il giudizio del Tribunale penale Internazionale N.d.A.): ma la gente di Kinshasa ha abboccato, votandolo a larga maggioranza, e il cardinale Etsou ha continuato a gettare benzina sul fuoco, ipotizzando brogli a favore di Kabila.

L'abbé Malumalu non ha mai raccolto le provocazioni del cardinale, andando avanti per la sua strada con grande aplomb istituzionale, mentre mons. Monsengwo cercava di calmare le acque, facendo finta che non fosse successo niente. In un clima di grande tensione, dopo che i sostenitori di Bemba avevano occupato e incendiato la sede della Corte Suprema a cui spettava il giudizio finale sui risultati, Joseph Kabila è stato proclamato presidente della Repubblica Democratica del Congo. Fine della storia? Neanche per sogno. Da Bruxelles, il cardinale Etsou denunciava il verdetto delle elezioni, parlando di “una grande commedia” a cui non si poteva partecipare.

Bemba, dal canto suo, pur avendo accettato ufficialmente il ruolo di capo dell'opposizione, continuava ad agitare la piazza per imporre le sue condizioni. Ma l'epilogo era più vicino di quanto chiunque potesse mai immaginare.

Il 6 gennaio 2007 il cardinale Etsou muore a Bruxelles. Inutile dire che per alcuni commentatori congolesi la sua morte è sospetta (sono gli stessi che sostengono che anche il cardinale Malula era stato avvelenato). Kabila gli tributa comunque i funerali di stato. Poche settimane dopo, i miliziani di Bemba entrano di nuovo in azione, ma stavolta la risposta governativa non lascia scampo: l'esercito interviene duramente, si contano centinaia di morti negli scontri, Bemba, inseguito da un mandato di arresto, si rifugia all'ambasciata sudafricana e poi fugge in Portogallo.

L'ordine in Congo è ristabilito, si spera una volta per tutte. Ora si attende la nomina di un nuovo cardinale. Il favorito, ovviamente, è monsignor Laurent Monsengwo Pasinya. Certo è che la Chiesa cattolica ha bisogno, come tutto il paese, di ritrovare l'unità perduta per costruire un futuro migliore. Un futuro che il popolo congolese ha dimostrato ampiamente di meritare.



Cesare Sangalli