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Pubblicato su “Nigrizia” (giugno 1998)

 

Suriname, una straordinaria storia “americana”

La Luna e il Ragno

In un continente segnato da distruzioni e schiavitù, indios e discendenti degli schiavi africani ribelli vivono liberi da tre secoli, protetti dalla foresta amazzonica e dal loro coraggio.

Il 31 luglio 1667 Inghilterra e Olanda misero fine a due anni di guerra combattuta nelle lontane Americhe con il Trattato di Breda. Ognuno si teneva le proprie conquiste militari: gli inglesi ottennero una piccola città atlantica, Nuova Amsterdam, che gli olandesi avevano costruito su una penisola comprata agli indigeni; i “dutch”, in cambio, presero possesso di un tratto di costa sudamericana chiamato Guyana (dal nome della popolazione locale, i wayana ), un posto selvaggio dove gli inglesi avevano cominciato a portare gli schiavi dall'Africa per coltivare la canna da zucchero. Nessuno poteva immaginare due destini incrociati così diversi: Nuova Amsterdam divenne New York, città simbolo del Ventesimo Secolo, il “secolo americano”; la Guyana olandese è oggi il Suriname (dal nome del fiume che bagna la capitale, Paramaribo), una delle nazioni meno conosciute della Terra.

Eppure, lungo le rive del Suriname, la Storia crudele delle Americhe ha smentito se stessa e si è concessa l'unica eccezione alla regola del dominio implacabile, assoluto, dell'uomo bianco nel Nuovo Mondo. Se ne accorsero, con grande stupore, due studiosi degli Stati Uniti, Allen Counter e David Evans, che per anni avevano fatto ricerche sull'integrazione dei 50 milioni di afro-americani (la loro minoranza di appartenenza) sparsi nel continente, dal Canada all'Argentina.

Il clima culturale era quello del post - sessantotto, segnato dall'uccisione di Martin Luther King, dalla clamorosa protesta degli atleti del “Black Power” (Tommie Smith e John Carlos) alle Olimpiadi di Città del Messico, dal rifiuto di Cassius Clay-Mohammed Alì di andare a combattere in Vietnam (“Nessun vietnamita mi ha mai chiamato sporco negro”). Le minoranze cercavano visibilità, identità (per gli indios, o “native americans”, la vera svolta è forse avvenuta con il Nobel a Rigoberta Menchù nel ‘92): lo scrittore Alex Haley avrebbe narrato l'epopea dello schiavo Kunta Kinte, nell'ossessione di ritrovare le proprie origini (“Radici”). Tutto spingeva verso l'Africa, percorrendo a ritroso il cammino delle navi negriere (come la famosa “Amistad” dell'ultimo film di Spielberg): ma c'era un angolo di Amazzonia dove l'identità africana era stata mantenuta nella sua purezza: il Suriname.

“Sorgerà un capo africano, che condurrà i suoi amici feriti in una lotta sanguinosa; ci ripagherà con una guerra di vendetta, rendendoci sangue per sangue e cicatrici per cicatrici”: le parole di John Gabriel Stedman, avventuriero inglese che partecipò nel 1772 ad una spedizione degli olandesi contro i “Revolted Negroes of Surinam”, suonano come una profezia, ma in realtà si riferivano ad una situazione acquisita da anni.

Le fughe degli schiavi dalle piantagioni già agli inizi del Settecento stavano diventando un fenomeno di massa. E' proprio in questo periodo che alcune tribù di indios (come i Caribe e gli Arowak) cominciano a spostarsi verso il litorale, lasciando nelle viscere della giungla i Wayana con i nuovi arrivati, i “bushnegroes” (ancora oggi vengono definiti così e sembrano infischiarsene della terminologia “politically correct”), i neri della foresta, che risalirono il Suriname (il gruppo chiamato “Saramacca”) e il Maroni (il popolo dei “Djuka” o “Aucaner”), organizzandosi in piccoli gruppi di guerrieri indomiti.

Gli amerindi avevano conosciuto un tremendo impatto con i primi colonizzatori (gli spagnoli), ma erano riusciti a resistere grazie alla loro organizzazione militare, che superava la scarsa coesione sociale tipica delle loro etnie (soprattutto i Caribe).

Con gli inglesi i rapporti furono decisamente migliori: i coloni di Sua Maestà britannica erano interessati quasi esclusivamente alla ricerca dell'oro, e svilupparono piccole attività di commercio con gli indios. Ma quando gli olandesi iniziarono a sfruttare le piantagioni di canna da zucchero il conflitto esplose di nuovo. I proprietari europei vendettero le loro terre ad una compagnia privata di Amsterdam, il cui maggior azionista, Van Sommelsdijk, firmò la pace con gli amerindi alla fine del Seicento. Da allora furono gli schiavi africani ribelli l'incubo degli olandesi, che si avvalsero spesso dell'aiuto degli indios contro i “bushnegroes”. Non ci fu mai, comunque, una vera e propria guerra fra abitanti vecchi e nuovi della foresta: le risorse naturali erano enormi rispetto al potenziale umano, e in molte zone (soprattutto lungo il Maroni) indios e “bushnegroes” si abituarono a vivere a stretto contatto. C'era, fra loro, una strana affinità culturale, rappresentata dalla forte tendenza monogamica e dalla condanna dell'adulterio. Questa componente si sarebbe rafforzata con il passare dei secoli e favorì la conversione di entrambi i popoli al cattolicesimo (avvenuta senza rinnegare mai la tradizione animista).

Ai tempi di Stedman era solo la crudeltà dell'uomo bianco, soprattutto nei confronti delle donne, ad “unire” indigeni e schiavi africani (anche se i torti subiti dagli indios non sembrano paragonabili a quelli sofferti dai neri). L'avventuriero inglese fu testimone oculare di episodi raccapriccianti: “Una certa signora Sklr stava andando alla sua proprietà in battello. A bordo c'era anche una donna negra, che allattava suo figlio (..). Il bambino piangeva, e non c'era verso di farlo smettere. La signora Sklr, disturbata dai lamenti del piccolo, ordinò che le venisse consegnato; quindi, alla presenza della madre che era come impazzita, lo affogò tenendolo immerso nell'acqua. La madre, disperata, si gettò nel fiume per raggiungere il figlio e porre fine alla sua miserabile esistenza. Ma gli schiavi che erano ai remi glielo impedirono, e la donna fu punita dalla sua padrona con più di trecento frustate”.

Gli schiavi continuavano a subire abusi atroci dai padroni bianchi: all'umiliazione della violenza carnale sulle donne seguivano punizioni orribili per gli uomini che cercavano di intervenire. Le donne spesso decidevano di suicidarsi.

I primi gruppi di schiavi ribelli fuggiti nella foresta si organizzarono in bande armate, che attaccavano di sorpresa le proprietà degli olandesi per garantirsi i rifornimenti necessari: ma ben presto l'obiettivo divenne quello di liberare il maggior numero possibile di donne. La ricostituzione dei gruppi familiari fu probabilmente la chiave della sopravvivenza dei “bushnegroes”. L'organizzazione sociale e militare si fece più vasta e articolata; le donne combattevano accanto ai loro uomini, e molti soldati europei (fra cui Stedman) furono sbalorditi dal loro coraggio e dalla loro ferocia. Nella ricostruzione di Counter e Evans non è tanto l'anelito alla libertà a motivare i nuovi gruppi afroamericani, quanto la sete di vendetta, l'ansia del riscatto. Il Suriname stava diventando una colonia ingovernabile. Il pragmatico Van Sommelsdijck fu il primo a rendersene conto e cercò invano di trovare un accordo di pace con i “bushnegroes”, come aveva fatto con gli indios.

Nel 1726, un nero su dieci viveva libero nella foresta (5mila su 50mila circa). Protetti dalla foresta, gli ex-schiavi ricominciarono a vivere secondo le loro tradizioni, che erano essenzialmente quelle del gruppo Akan (che comprende gli Ashanti) del Ghana.

A nulla servirono le terribili esecuzioni dei ribelli che venivano catturati. Nel 1730 undici prigionieri (tre uomini, sei donne e tre ragazze) furono uccisi con una crudeltà che voleva essere esemplare: uno fu appeso per tre giorni ad un gancio di metallo conficcato alle ossa del torace, gli altri due bruciati vivi; le sei donne squartate, le due ragazze decapitate. La vendetta nera non risparmiò nessuno: e particolarmente feroci furono le ritorsioni contro gli schiavi fedeli, che vennero addirittura organizzati in un corpo militare: i “Rangers”, contraddistinti da un cappello rosso. Venne perfino costruita una sorta di “muraglia cinese” intorno alle zone coltivate.

Erano le ultime mosse contro i ribelli: quando Stedman arrivò in Suriname, la popolazione europea aveva quasi completamente abbandonato le piantagioni, ammassandosi nella capitale, Paramaribo. I ribelli erano guidati da tre celebri capi, il cui nome evocava il terrore nei bianchi: Bonni, Baron e Joli-Coeur.

Joli-Coeur vide da piccolo violentare sua madre dai padroni bianchi, e frustare senza pietà il padre che cercava di salvarla. Si prenderà la rivincita: l'autore della violenza morirà davanti a lui implorando pietà.

Baron era uno schiavo modello: aveva imparato a leggere e scrivere, e il suo padrone gli aveva promesso la libertà. Ma la promessa non fu mai mantenuta, Baron venne venduto ad un altro padrone. Riuscì a scappare nella foresta, giurando vendetta contro “tutti gli Europei, senza eccezione”.

Bonni non era mai stato schiavo. Era nato nella foresta da una donna violentata dal padrone, fuggita dopo essere rimasta incinta. Lui era il frutto di quella violenza, ma quella pelle più chiara che si portava addosso aumentò il suo odio per i bakrah (i bianchi). Non sopportava che i suoi uomini usassero parole di ammirazione nei confronti degli europei, e sottoponeva i nuovi arrivati ad un lungo esame prima di affidare loro le armi. Sapeva essere così duro da far tornare alcuni ribelli nelle mani dei loro padroni (la più sicura delle condanne).

La pace con i coloni olandesi, siglata solennemente e poi violata nel 1760, si stabilì completamente alla fine di quel secolo. Cento anni dopo gli amerindi, anche i “bushnegroes” potevano finalmente vivere tranquilli nella loro foresta, dove sono rimasti fino ai nostri giorni. Counter e Evans trovarono un popolo orgoglioso, ospitale e riservato, che osservava con curiosità i “fratelli” americani, non riuscendo spesso a capire le loro parole e i loro modi (“se dite di essere liberi nella vostra terra, oggi, perché portate i vestiti dei bakrah ?”).

Oggi, 25 anni dopo il viaggio di Counter e Evans (viaggio da cui trassero un documentario di successo per la televisione americana), la realtà è sicuramente cambiata: sia gli indios che i bushnegroes si stanno avvicinando alla modernità, con tutti i rischi che questo comporta.

“Elettricità, scuola, televisione: amerindi e neri della foresta sono attratti dalle facilities della città, come in tutto il mondo” dice padre De Bekker, 58 anni, sacerdote, antropologo e insegnante, che dal 1977 vive in Suriname occupandosi dell'istruzione delle popolazioni locali. “Noi cerchiamo di rallentare questo processo: sicuramente qui non si è verificata quell'urbanizzazione selvaggia propria di molte realtà sudamericane, africane o asiatiche. La scarsissima densità (tre abitanti per chilometro quadrato, una delle più basse del mondo NdR) rende morbido ogni passaggio e in qualche misura assicura la convivenza in un paese che è troppo mescolato per avere un'identità nazionale, ma che è un laboratorio culturale assolutamente unico”. Nelle piantagioni di canna da zucchero i neri, dopo l'abolizione definitiva della schiavitù nel 1853, sono stati sostituiti prima dagli indiani di Nuova Delhi o Calcutta (che qui chiamano “hindustani”) e poi dagli indonesiani (definiti “giavanesi”): i due gruppi etnici rappresentano oggi il 45 per cento della popolazione del Suriname..

Padre De Bekker ridimensiona i fenomeni di guerriglia che negli anni Ottanta hanno visto un gruppo di “bushnegroes” guidato da Ronnie Brunswijk impegnare il governo del dittatore Desi Bouterse con l'Esercito di liberazione surinamese (detto “Jungle Commando”), imitati ad ovest dagli indios raccolti nel gruppo militare “Tucayana”: “Non erano formazioni che rappresentavano la gente dei villaggi, che anzi ha dovuto subire le conseguenze di quella che era sostanzialmente una guerra per bande: basti pensare che Brunswijk era la guardia del corpo di Bouterse, e oggi fa l'imprenditore a Paramaribo”.

Di certo la gente di città guarda dall'alto in basso quelli che vengono dalla foresta: ma questo non ha intaccato l'orgoglio di quelle popolazioni. Il capo della tribù di Saramacca, Asongo Abokoni, si è recato in Ghana, alcuni anni fa, dove è stato ricevuto come un capo di stato. “E' stato un momento di grande valore, non solo simbolico - spiega padre De Bekker - : la delegazione di Abokoni ha ritrovato la stessa lingua e la stessa ritualità dall'altra parte dell'Atlantico. Ha visitato i luoghi della deportazione, arrivando fino a Kumasi, la capitale del regno degli Ashanti”.

Gli amerindi sono forse meno legati ad una identità di popolo. La loro base è la famiglia nucleare, matrilineare (la parentela e i diritti di eredità seguono la linea femminile) come per “bushnegroes”, spesso matrilocale (le nuove coppie si sistemano presso la famiglia della madre dello sposo). La vita sociale nel villaggio è molto limitata. Il visitatore ha l'impressione di entrare in villaggi fantasma: qualche donna, qualche vecchio, un limitato numero di bambini (soprattutto se nel villaggio c'è una scuola). I Caribe e gli Arowak, che rappresentano circa l'ottanta per cento della popolazione amerindia, hanno un forte senso dell'individualismo, accompagnato però dall'assenza di spirito di competizione. La famiglia amerindia è economicamente indipendente, alle tradizionali attività di caccia e raccolta si sono affiancate, nei secoli, la pesca e l'agricoltura, e, più recentemente, piccole attività commerciali. Gli uomini hanno molto tempo libero. Non c'è ansia per la sopravvivenza, non ci sono storie che parlano di fame. La popolazione è cresciuta, negli ultimi 50 anni (attualmente gli indios sono circa 10mila su mezzo milione di surinamesi), e vive un buon grado di integrazione.

L'elemento femminile è molto importante nella cultura degli indios. Nei miti rappresenta probabilmente il passaggio dal nomadismo all'agricoltura. E' Luna, divinità maschile, che crea la nuova vita, fecondando le donne/sorelle e la terra (l'origine incestuosa della vita è di difficile interpretazione). Il sangue segue le fasi lunari, irrorando creature umane e vegetali: gli uomini, come le piante, sono figli delle donne/spose. Nella complicatissima mitologia dell'origine del mondo e del dono del fuoco, i protagonisti sono sempre una divinità (singolare o plurale) e una donna, a volte sotto sembianze di animale (la rana, la tartaruga, ecc.): la divinità ruba il fuoco alla donna e lo concede agli uomini.

Nella cultura orale dei “bushnegroes” l'intento morale è molto più esplicito. I “racconti del ragno” (“Anansi”, che in Africa diventa spesso “Kouakou Ananzé”, la creatura più intelligente della foresta), racchiudono tutta la sapienza di un popolo. Uomini e animali parlano fra loro, e perfino Dio ha una sua casa e ogni tanto si mescola negli affari del mondo. Lo snodo della trama non è essenziale: per un occidentale incoerenze e contraddizioni logiche risultano addirittura comiche. E' il messaggio finale che conta, la lezione che tutti devono trarre, a prescindere dalla fantasia del narratore. Sono le radici che altrove furono estirpate violentemente, lasciando le minoranze etniche orfane, in perenne crisi di identità.

In Suriname il Ragno e la Luna continueranno ad abitare la foresta ancora a lungo. La lezione che i “cattivi” di questa storia, i bianchi, possono imparare, è ben espressa in una piccola poesia che dà il titolo al libro di Counter e Evans (“I sought my brother”): “Cercai il mio amico/ e il mio amico abbandonò me. Cercai il mio Dio/ e il mio Dio si allontanò da me/ Cercai mio fratello/ e trovai tutti e tre”.

 

Cesare Sangalli