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L'avvenire del Congo si fonda sull'educazione delle nuove generazioni

La strada maestra

Sette anni di guerra hanno rubato il futuro ai bambini congolesi.

Uccisi, violentati, arruolati per forza, abbandonati a se stessi. Senza scuola, e spesso senza famiglia. La sfida dei ragazzi di strada raccolta dagli operatori del progetto “Amici di Gesù”

 

Dal battello che fa la linea Goma-Bukavu, le coste del lago Kivu sembrano splendidi posti di villeggiatura: villette immerse nel verde, centri abitati affacciati sull'acqua, sullo sfondo si vedono alture che rendono alcuni scorci di queste regioni del Congo RDC sorprendentemente simili alla Svizzera, con i pascoli e le mucche da latte.

Ma è proprio da queste parti, nel Nord e Sud Kivu, che l'immane tragedia della guerra congolese, “la prima guerra mondiale africana”, ha raggiunto i livelli più alti, a partire dall'orrore del genocidio in Ruanda, giusto sulla sponda est del lago, che ha presto contaminato tutta l'area. Queste zone potrebbero sembrare un piccolo paradiso, e invece sono state teatro dell'inferno. Sette anni “ufficiali” di guerra, in realtà un intero decennio (1996 – 2006). Fra i tre e i quattro milioni di morti, uccisi dalle armi o dalle conseguenze della guerra (la fame, le malattie). Il Congo è così grande che in certe regioni la guerra l'hanno vista solo nei notiziari della televisione (in Italia, la tragedia congolese è stata completamente ignorata dai media). Bukavu invece ha vissuto l'ennesima settimana di terrore quando era già passato un anno dagli accordi di pace di Sun City del 2003: il generale Nkunda, capo di una delle tante fazioni militari della guerra civile (in questo caso sostenuta dal Ruanda) uscì dalla foresta per mettere a ferro e fuoco questa città dall'aspetto pacifico, capoluogo del Sud Kivu. Ha provato a ripetere l'impresa addirittura ad elezioni concluse, nel novembre scorso, cercando di conquistare Goma, sempre partendo dalla riserva naturale di Massisi che è il suo rifugio, ma è stato bloccato dall'intervento deciso (una volta tanto) dei caschi blu indiani della missione ONU per il Congo (MONUC), attualmente la più importante del mondo.

Questo è per dire quanto sia fragile l'equilibrio del paese, che sta muovendo i primi passi sotto la guida del presidente eletto Joseph Kabila, figlio del militare che cacciò il dittatore Mobutu con la forza, e del capo del nuovo governo, Antoine Gizenga, leader storico dell'opposizione a Mobutu. Un presidente di soli 35 anni e un premier di 81, che fu addirittura compagno di lotta di Patrice Lumumba,(il leader progressista congolese ucciso nel 1961, pochi mesi dopo l'indipendenza): due generazioni che hanno visto il Congo sprofondare sempre più in basso, in un lungo tunnel di sfruttamento (questa è una terra ricchissima di risorse minerarie), violenza e miseria, fino alle elezioni dello scorso anno, che dovrebbero rappresentare la svolta, l'inizio di una nuova era, la speranza per la terza generazione, quella dei ragazzi e dei bambini nati negli anni Novanta e Duemila. Gioventù bruciata, per i politici che hanno affossato il Congo per quattro decenni: la guerra ha dato il colpo di grazia ad un sistema – paese ormai collassato, ad uno Stato inesistente, debole fin dall'inizio e svuotato dalla corruzione e dal ladrocinio generalizzato, come forse in nessun altro paese africano.

I bambini di strada esistevano da molti anni, anche prima della guerra. A Kinshasa li chiamano “ shégués ”, giovani teppisti degli immensi quartieri popolari di una città che ha raggiunto in un paio di decenni i sette milioni di abitanti. All'est, qualcuno li chiama gli “afghani”, perché molti di loro sono stati bambini soldato nella guerra di tutti contro tutti per il controllo delle miniere. In tanti hanno visto violenze disumane; in certi casi le vittime sono presto diventate carnefici a loro volta, un orrore già visto in Liberia, Sierra Leone, Uganda, un'infame tendenza dell'Africa contemporanea.

“I nostri adolescenti abbandonati sono una grande riserva di manodopera per ogni potenziale conflitto”, spiega Thomas D'Aquin Rubabula, coordinatore del progetto di recupero dei ragazzi di strada “Amici di Gesù” di Bukavu. “Oggi in Congo c'è tutta una generazione che sta formando un vero contropotere della strada”: è una bomba ad orologeria sociale, sostiene Thomas, che la comunità internazionale tende a sottovalutare drammaticamente. Il programma di smobilitazione delle milizie ha dato buoni risultati nell'immediato: una parte degli ex soldati è stata integrata nell'esercito nazionale, un'altra ha avuto una rapida formazione ed un sostegno per il reinserimento; manca completamente, però, un progetto di lungo periodo, per cui si ricreano rapidamente le condizioni di povertà estrema e di abbandono a se stessi.

Il fatto è che l'ONU è abituata ad intervenire in situazioni di emergenza, cioè tardi e male. Nel caso del Congo, lo sforzo è stato concentrato sull'organizzazione delle prime elezioni libere dall'avvento di Mobutu (1965), con risultati estremamente positivi, ma con il rischio di voltare pagina troppo in fretta, e abbandonare il paese proprio quando ha più bisogno di aiuto, e non ci sono avvenimenti che richiamano l'attenzione dei media. Costruire la normalità è un compito enorme: l'arcidiocesi di Bukavu ci prova, tramite le Sorelle di Santa Gemma di Lucca, che hanno iniziato il progetto di recupero dei ragazzi di strada e costituiscono la sponda europea per il sostegno finanziario, grazie anche all'impegno di una associazione cattolica tedesca. Ma gli ottimi operatori congolesi dei tre centri di Ibanda, Bagira e Kadutu hanno ben chiaro che la loro azione non può ottenere risultati decisivi se non c'è l'impegno di tutta una nazione.

Il denominatore comune dei ragazzi di strada è l'assenza della scuola. Molti di loro non hanno mai visto un insegnante, altri hanno abbandonato la scuola prima ancora di imparare a leggere e a scrivere. L'altra caratteristica generalizzata è il lavoro minorile: prima ancora di diventare delinquenti, i ragazzini congolesi svolgono piccole mansioni più o meno occasionali, e non a caso, qui a Bukavu, tendono ad orbitare nella zona del porto e del mercato. La strada non è solo una scelta obbligata, perché molti di questi bambini non sono orfani: ma la famiglia spesso non è per loro l'alternativa migliore. Molte famiglie sono state disgregate e traumatizzate dalla guerra: in tutte le regioni dell'est c'è un numero enorme di persone che sono state costrette a fuggire dalla brutalità delle varie milizie, soprattutto nei villaggi delle campagne: saccheggi, stupri, violenze, raccolti confiscati. Un esodo interminabile, da un posto ad un altro e poi un altro ancora, alla ricerca di una sicurezza introvabile. “Noi non conosciamo il numero esatto degli sfollati”, dichiarano all'Alto Commissariato dei Rifugiati: “le stime parlano di un milione e mezzo di persone nelle varie regioni dell'est, di cui 700mila nel Nord e Sud Kivu, ma si può dire grosso modo che metà della popolazione ha dovuto lasciare almeno una volta la propria casa”. Le famiglie di sfollati tendono a raggiungere le città, cercando in tutti i modi di sopravvivere: solo grazie a sforzi eroici riescono a seguire in qualche modo i figli, a mandarli a scuola, pagando le tasse scolastiche e tutto il resto. I bambini, trascurati o maltrattati, o costretti a darsi da fare per raccattare qualche soldo, non hanno più buoni motivi per tornare a casa: la strada, nel bene e nel male, offre amicizie e possibilità di giocare. E anche di evadere dalla realtà, sniffando colla e benzina, fumando erba, impasticcandosi di valium e tranquillanti vari.

“Ormai possiamo affermare che tutti i ragazzi di strada si drogano: lo vediamo quando svuotano le tasche per essere ospitati nei nostri centri”. Thomas D'Aquin spiega così il cambiamento nei loro comportamenti: “Sono molto più aggressivi e organizzati rispetto a prima della guerra. Quando abbiamo iniziato il progetto, nel 1989, i bambini di strada si dedicavano più che altro a chiedere l'elemosina. Adesso abbiamo a che fare con un fenomeno di violenza urbana” . Gli ex bambini-soldato hanno svolto il ruolo di “cattivi maestri”. Ora le bande di adolescenti sono in grado di paralizzare la città, nei momenti di ribellione, e di fronteggiare la polizia, che ormai lascia alcune zone al loro controllo. In certi casi è proprio la necessità di proteggersi dalla violenza dei poliziotti a spingerli verso il centro “Amici di Gesù”: almeno trovano un posto sicuro per la notte. Gli assistenti sociali sanno che l'approccio deve essere graduale, prevedere una forte mobilità, dentro e fuori dai centri in totale libertà, prima che i ragazzi prendano confidenza con la struttura e accettino di inserirsi nei programmi di reinserimento sociale.

I più piccoli, dai sette ai dieci anni, fanno corsi di recupero per essere poi iscritti di nuovo a scuola, cercando di coinvolgere le loro famiglie (quando esistono) e di assisterle con un programma di microcrediti finalizzato al sostegno scolastico. I più grandi, fino a 17 anni al massimo, ricevono comunque un'istruzione di base per accedere poi a corsi di formazione professionale, anche fuori dal centro. Per tutti, almeno un pasto caldo, preparato dai ragazzi stessi, a rotazione, con buona parte degli alimenti di base (farina di mais, riso, fagioli, olio, sale) fornita dal Programma alimentare mondiale (WFP).

C'è una grande prevalenza di maschi, al centro, anche perché le femmine sono meno visibili per strada, più difficili da intercettare. Dal momento che non poche di loro sono avviate alla prostituzione, il cono d'ombra che le avvolge è più largo. Però i corsi di taglio e cucito funzionano, con ottimi risultati; si cerca in tutti i modi di favorire la formazione di classi miste, di stimolare le ragazze a tentare anche mestieri non tradizionali. Una volta usciti dal centro, e ricevuto un sostegno per iniziare a lavorare in proprio, non si viene lasciati da soli, ma inquadrati nelle cooperative dei giovani lavoratori, secondo un modello che ha dato ottimi risultati in Senegal.

C'è un quarto centro in fase di apertura. Sarà la vera porta di ingresso per i ragazzi di strada. Piazzato nella “zona industriale”, vicino ai loro luoghi di riunione , sarà un rifugio aperto, dove i ragazzi potranno dormire, lavarsi, giocare, incontrare gli psicologi e gli animatori senza alcun obbligo. Il richiamo della strada è molto forte, non si può pensare di attrarre i ragazzi solo con le regole e la disciplina. Il compito degli operatori è davvero complicato, ma in loro si percepisce chiaramente, oltre alla competenza , una motivazione molto forte. E l'umiltà di chi, nato in una terra così martoriata, non cerca di decantare le meraviglie del proprio progetto, come tendono a fare molte agenzie della cooperazione internazionale, ma si preoccupa piuttosto della sua inadeguatezza: se l'attività degli “Amici di Gesù” riesce a toccare, direttamente o indirettamente, quasi novecento ragazzi, ce ne sono molti di più da recuperare. Un'intera generazione che è stata tradita da tutti. I governi che hanno cercato soltanto la ricchezza facile delle miniere devono riuscire a trovarla nei giovani, con la forza della loro autostima, e non con quella dei kalashnikov.

 

Cesare Sangalli